ANTIDEPRESSIVI, COSA FARE IN GRAVIDANZA?
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17 Mag 2010
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A cura di dottoressa Cinzia L. Paolini, ginecologa dell’Ospedale San Paolo di Milano e consulente di ASM, l’Associazione per lo Studio delle Malformazioni |
La depressione è una delle malattie psichiatriche più frequenti. Gli specialisti parlano di depressione maggiore solo quando sono rispettati precisi criteri, ma comunemente nella depressione sono sommati tanti disturbi psicologici e del comportamento, che nelle fasi più delicate della vita di ciascuno possono emergere senza che si connoti una malattia psichiatrica vera e propria.
Abuso troppo frequente
Gli antidepressivi sono una famiglia di farmaci con strutture chimiche differenti, che svolgono un’azione di contrasto nei confronti della depressione e di miglioramento dell’umore se assunti in dosi idonee e per periodi adeguati. In generale, proprio perché non sempre si rispettano i criteri di diagnosi di questa patologia per impostare una terapia, si abusa spesso degli antidepressivi, che possono creare dipendenza fisica, ma anche psicologica.
Questo problema esiste anche in gravidanza. E’ stato calcolato che circa il 10% delle gestanti presenta disturbi classificabili come depressione e fa uso di pillole antidepressive. Anche grazie all’esperienza del Filo Rosso, il servizio telefonico di consulenza medica gratuita che ASM mette quotidianamente a disposizione delle future mamme, sappiamo che l’uso di queste medicine durante i mesi dell’attesa ha una diffusione non quantificabile con precisione, ma sicuramente maggiore di quanto dichiarato dalle donne.
Valutare gli effetti
In presenza della circolazione materno-fetale, cioè dopo la quinta-sesta settimana di gravidanza, qualsiasi farmaco assunto dalla madre, e che non venga modificato dal metabolismo materno, attraversa la placenta e arriva al feto. E’ quindi indispensabile sapere quale dose sia stata presa dalla donna incinta, e appurare per quanto tempo e in quale periodo della gestazione abbia avuto luogo l’assunzione, al fine di poter valutare i possibili effetti del medicamento sul feto.
E’ importante pure non dimenticare che molte sostanze passano nel latte materno: quindi, anche quello dell’allattamento al seno è un periodo a cui va prestata la massima attenzione nell’intraprendere questo tipo di cure. E’ infatti possibile che la depressione possa insorgere per la prima volta, e in modo importante, nel post-partum. Non va confusa con l’umore malinconico e con il senso d’inadeguatezza, più o meno accentuati, che ogni mamma prova dopo la nascita del proprio bambino. Questi ultimi sono sentimenti passeggeri, scatenati dalla fatica del parto e dai cambiamenti fisici e ormonali che si verificano dopo questo evento.
La vera depressione post-partum è una malattia che può iniziare in questo momento delicato, ma poi persistere ed aggravarsi con conseguenze psicologiche e sociali sulla madre e sul figlio. In questo caso, scegliere l’antidepressivo più indicato per la sintomatologia della neomamma, e meno dannoso per il poppante, è molto importante.
Un’analisi per categorie
Come si è già accennato, gli antidepressivi costituiscono un’ampia famiglia di medicinali che comprende sostanze caratterizzate da strutture chimiche anche molto differenti: quindi, non è possibile farne un’analisi generalizzata. Il discorso su questa categoria di farmaci deve perciò essere affrontato suddividendoli per classi.
• Triciclici o TCA, come amitriptilina, imipramina, clomipramina, nortriptilina e altri: inibiscono al bottone presinaptico della cellula nervosa, cioè il punto di collegamento tra due cellule nervose, la captazione di neurotrasmettitori quali norepinefrina, dopamina, serotonina. Non inducono malformazioni nel feto, anche se nel neonato sono segnalati disturbi da astinenza fino a un mese dopo la nascita. Quando si aspetta un figlio, è meglio ridurne gradualmente la dose assunta, fino alla loro sospensione prima del parto. L’allattamento materno, invece, è compatibile con l’assunzione di questo genere di antidepressivi.
• Inibitori delle MonoAminoOssidasi (MAO), come fenelzina, tranilcipromina, isocarboxazide: formano un complesso stabile con alcuni enzimi (detti MAO) presenti nelle cellule nervose, inattivandoli definitivamente. I neurotrasmettitori nella sinapsi aumentano, migliorando l’umore del paziente. Nei bambini nati da gestanti che assumevano gli inibitori delle MAO sono state rilevate delle alterazioni nella crescita fetale, e un aumentato rischio di malformazioni e alterazioni placentari, per cui se ne sconsiglia l’uso sia in gravidanza che in allattamento.
• Inibitori dell’uptake della serotonina o SSRI, come paroxetina, citalopram, sertralina, fluoxetina, fluvoxamina, venlafaxine, reboxetina, duboxetina: aumentano la serotonina disponibile, bloccandone la ricaptazione nel bottone sinaptico delle cellule nervose. Sono medicinali molto usati. Non esistono evidenze di malformazioni fetali indotte da questa classe di antidepressivi, che possono pertanto essere usati in gravidanza. La paroxetina praticamente non passa nel latte materno quindi può essere assunta anche in allattamento.
• Trazodone: questa sostanza non ha palesato effetti malformativi, per cui non è controindicata in gravidanza. Poiché la dose che passa nel latte è 150 volte minore di quella presente nel sangue materno, non esistono controindicazioni neanche durante l’allattamento.
• Mirtazapina: ha la capacità di inibire i recettori presinaptici delle fibre serotoninergiche e noradrenergiche alpha 2. Ha una azione cosiddetta “periferica” e rapida. E’ una molecola relativamente nuova, che può essere assunta in gravidanza. E’ indicata soprattutto, per le sue caratteristiche farmacologiche, all’inizio della terapia antidepressiva, mentre successivamente va sostituita con un preparato della classe SSRI.
• Aloperidolo: è più un farmaco antipsicotico che un antidepressivo. Può comunque essere somministrato in gravidanza, ed è sicuro in allattamento se assunto a dosi inferiori a 2 milligrammi al giorno.
Terapia da continuare
Questo nostro elenco vuole dare delle indicazioni semplici sui principali antidepressivi, ma è importante sottolineare che ogni singola sostanza presenta delle particolarità, che non possono essere esaminate in questa sede. Inoltre, le dosi, i tempi e le modalità di assunzione di un farmaco sono fondamentali per poter esprimere un parere competente sulla sua innocuità o sulla sua pericolosità. Occorre infine evidenziare un altro aspetto: qualora sia presente una patologia depressiva precedente la gestazione e la donna assuma già dei preparati farmacologici, è fondamentale che la terapia non venga sospesa, come spesso accade, nel momento in cui il test di gravidanza è positivo. Infatti, nel caso della malattia depressiva sono ben noti gli effetti che una patologia non trattata può avere sui nove mesi dell’attesa: l’abuso di fumo e di alcol, che spesso vengono utilizzati come “terapie alternative”, così come la povertà della dieta, possono creare più complicazioni di quante non ne possa determinare una cura a base di medicinali.
Per ulteriori informazioni: www.asmonlus.it
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