Artrite reumatoide: terapie biologiche e monitoraggio “intensivo” consentono di riguadagnare la normalità…

31 Gen 2012  
A cura di Severina Cantaroni

Circa 300mila casi stimati in Italia. Le più colpite le donne in età fertile (tra i 35 e i 40 anni), in un rapporto di 4 a 1 con l’uomo. Dolore alle articolazioni, rigidità mattutina, stanchezza i sintomi iniziali caratteristici di una patologia che col tempo tende a diventare invalidante.
Si presenta così l’artrite reumatoide, una malattia che incide sulla qualità di vita (per il 93% dei pazienti) e sulla capacità di compiere i più semplici gesti quotidiani, come aprire una bottiglia, svolgere attività domestiche, salire le scale, vestirsi o lavarsi (per l’85% di chi ne soffre). Inoltre, influisce sull’attività lavorativa (per l’84% dei pazienti) causando la perdita di più di 3 giorni di lavoro al mese quando la malattia è fuori controllo (per il 23% dei malati). Entro 10 anni dalla comparsa dei sintomi, la metà dei pazienti non è più in grado di svolgere un lavoro a tempo pieno.
A fornirci questi e molti altri dati è un sondaggio nazionale on-line (533 le risposte elaborate: 293 via internet e 240 provenienti dalle strutture) distribuito poi in versione cartacea a 16 centri di cura della Penisola. L’Associazione Nazionale Malati Reumatici (ANMAR) ha contribuito in maniera decisiva al successo dell’iniziativa, realizzata grazie al supporto di Bristol-Myers Squibb.

Ma andiamo avanti. Perché c’è di più!
C’è anche la paura che il peggioramento dei sintomi possa avere pesanti ripercussioni quali la perdita di autonomia e la necessità di un sostegno.
Così i malati puntano decisamente e consapevolmente sulla diagnosi precoce, una tappa fondamentale nella strategia terapeutica. Tanto che il 93% di coloro che hanno risposto al questionario ritiene che campagne informative e attività di sensibilizzazione potrebbero facilitarla e migliorare la gestione della malattia.
La figura principale di riferimento? Lo specialista con cui i pazienti desiderano condividere la scelta della terapia e le sue implicazioni, come pure i dubbi e le paure relativi agli sviluppi futuri della patologia.
Ma è fondamentale anche il ruolo di Internet. Il 65% dei malati che hanno risposto on-line si rivolge a siti web, forum online e social network per chiarire eventuali dubbi sulla malattia. Non tutti coloro che hanno partecipato al sondaggio appartengono a un’associazione di pazienti, ma ben il 23% (quasi uno su 4) di quelli che hanno risposto on-line vorrebbe farne parte in futuro.
Dunque, è ormai chiaro che i malati di artrite reumatoide desiderano, più di ogni altra cosa, ricuperare la normalità persa!
E la buona notizia è che oggi lo possono fare. Come? Aiutando il medico nel monitoraggio intensivo, fondamentale per raggiungere l’obiettivo di un miglioramento progressivo con un effetto duraturo. Attraverso la compilazione di una semplice scheda durante le visite di controllo, infatti, i pazienti sono in grado di misurare autonomamente i miglioramenti nel tempo dei piccoli gesti quotidiani determinati dalla terapia. Il monitoraggio costante favorisce, appunto, la riduzione della “disabilità” e il ritorno a una vita di relazione normale. Con l’ulteriore vantaggio che i pazienti si sentono “protagonisti” nel controllare l’evoluzione della patologia.

I farmaci biologici
Non bisogna, però, dimenticare l’importanza delle cure oggi disponibili. Si tratta di terapie capaci di alleviare i sintomi e di arrestare la progressione del danno alle articolazioni.
Stiamo parlando dei cosiddetti farmaci biologici che “normalizzano” il processo infiammatorio e lo tengono sotto controllo nel tempo. Il che si traduce in un miglioramento radicale della qualità di vita, visto che con il loro uso precoce, è possibile ottenere la remissione della malattia.
Esiste una sorta di “finestra” entro la quale un intervento aggressivo dei primi sintomi può determinare un risultato ottimale nel lungo periodo. Una corretta impostazione terapeutica, ottenuta attraverso una diagnosi precoce nelle prime 8-12 settimane dall’inizio dei sintomi e una rigorosa valutazione della risposta alle terapie consentono oggi di ottenere una stabile remissione della malattia in oltre il 50% dei casi.