DENTI, SE IL NUMERO È SBAGLIATO
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07 Ott 2011
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A cura di professor Luigi Clauser, chirurgo Cranio-Maxillo-Facciale e membro del Comitato Scientifico di ASM, l’Associazione per lo Studio delle Malformazioni. Con la collaborazione del dottor Riccardo Tieghi e del dottor Giuseppe Consorti |
Quando si parla di iperdontia si intende un’anomalia degli elementi dentari per eccesso di numero rispetto alla norma. Questa condizione, presente con un’incidenza che va dallo 0,1 al 2% della popolazione, si verifica prevalentemente nel sesso maschile, con un rapporto di 2 a 1 rispetto a quello femminile, ed evidenzia una frequenza più alta nella dentizione permanente e nel mascellare superiore. L’oligodontia è viceversa una riduzione di numero degli elementi dentari in confronto a quello normale, sia nella dentizione decidua sia in quella permanente. Questa anomalia interessa lo 0,3% della popolazione nella dentizione permanente, ma da questa incidenza è esclusa l’agenesia del terzo molare, vale a dire il “dente del giudizio”, che ha frequenze diverse. Il sesso femminile è più colpito, con un rapporto di 3 a 2 rispetto a quello maschile.
Varie forme di eccesso
L’iperdontia può essere determinata da un effettivo aumento degli elementi dentari o dalla permanenza in arcata degli elementi decidui (cioè dei cosiddetti “denti da latte”) oltre l’epoca della loro caduta e della loro sostituzione con quelli definitivi. I denti in eccesso possono essere definiti supplementari se presentano forma normale, oppure sovrannumerari se hanno forma e volume anomali. In linea generale, gli elementi sovrannumerari possono essere di tre tipi: conoidi, tubercolati o infundibuliformi. Gli elementi conoidi si trovano di solito nel mascellare superiore, hanno volume ridotto e forma grossolanamente conica, mentre i denti tubercolati, anch’essi generalmente di grandezza ridotta, presentano numerose cuspidi. Infine gli infundibuliformi: ricordano nella forma quella di un imbuto, e si trovano quasi esclusivamente nel mascellare superiore. Per quanto attiene alla struttura di questi denti, essa è di solito normale. Fanno eccezione i conoidi, che sono perlopiù caratterizzati da una dentina friabile e da uno smalto irregolare.
Venendo alla loro localizzazione, premesso che l’incremento anomalo nel numero dei denti coinvolge soprattutto la regione incisiva, va detto che gli elementi soprannumerari vengono suddivisi dagli studiosi in tre gruppi: mesiodens, paramolari e distomolari. Il mesiodens è un dente presente tra i due incisivi centrali, i paramolari sono localizzati tra secondo e terzo molare superiore e i distomolari, chiamati anche “quarti molari”, sono situati distalmente al terzo molare, generalmente inferiore. Nella dentizione decidua si rilevano più spesso elementi supplementari nel mascellare superiore, mentre nella dentizione permanente, che è quella maggiormente colpita dall’iperdontia, prevalgono gli elementi conoidi nella regione incisiva superiore.
Un aumento che non giova
La diagnosi di iperdontia viene generalmente effettuata con un esame obiettivo del cavo orale o con una ortopantomografia, ossia una radiografia panoramica delle arcate dentarie. Spesso la presenza di elementi dentari in eccesso provoca malposizioni degli elementi normali, sia erotti che ancora in formazione, con conseguenze di tipo ortodontico o chirurgico. A volte, anche se raramente, elementi soprannumerari inclusi possono determinare fenomeni infiammatori o infettivi, con manifestazioni nevralgiche. La terapia dell’iperdontia è indicata solo nel caso in cui gli elementi in eccesso erompano in posizioni anomale o provochino fenomeni patologici anche a carico di quelli normali: in tal caso il trattamento ortodontico deve essere quanto più precoce possibile, allo scopo di sfruttare le favorevoli condizioni della crescita. Qualora invece i denti in eccesso erompano in arcata e non provochino alterazioni su quelli normali, non è indicata alcuna terapia specifica, al di fuori dei controlli clinici e radiografici periodici. Lo stesso discorso vale per quegli elementi inclusi che non sono causa di alcun disturbo locale o generale.
Un vuoto e tante ricadute
Nell’oligodontia il dente che manca più di frequente è il secondo premolare inferiore, seguito dagli incisivi laterali superiori e dal secondo premolare superiore. Le agenesie di altri elementi dentari sono estremamente rare. Va escluso da questa classificazione il “dente del giudizio”, che, come già si è accennato, mostra statistiche e tempistiche differenti. Il quadro clinico-sintomatologico è diverso a seconda del numero e della zona degli elementi dentali mancanti. L’oligodontia può interferire infatti sulla funzione fonatoria, determinando l’alterata pronuncia di alcuni fonemi, ma anche sulla masticazione, sulla deglutizione, sulla corretta occlusione e, in alcuni casi, sull’accrescimento di tutto lo scheletro del massiccio facciale, per cui è necessario seguire i pazienti fin dalla giovane età per intervenire precocemente su eventuali deformità facciali conseguenti alle agenesie dentali. In questi ultimi soggetti, il difetto di cui trattiamo può naturalmente avere ripercussioni sull’equilibrio psico-fisico. La diagnosi di oligodontia viene generalmente fatta con un esame clinico, approfondito, se necessario, con una ortopantomografia.
Cause e terapie molteplici
La causa di questa anomalia, che sembra essere dovuta ad una mancata proliferazione della gemma dentale, va ricercata in un insieme di fattori diversi: per esempio ambientali, come irradiazioni, traumi, farmaci, oppure di tipo genetico ereditario. A quest’ultimo proposito, è stato talvolta possibile ricostruire, attraverso la storia familiare della persona interessata dal difetto dentario, la mancanza di uno o più elementi dentari in diversi individui, anche vissuti a varie generazioni di distanza. Un altro fattore che risulta legato alla problematica oligodontica è il sesso: infatti una trasmissione del difetto avviene con modalità autosomica recessiva.
Venendo alle terapie, esse interessano molti settori dell’odontoiatria: i pazienti che presentano agenesie dentarie hanno spesso la necessità di un trattamento ortodontico per correggere anomalie di posizione dei denti e anche difetti di forma delle arcate dentarie, oltre che per porre rimedio ad inestetismi dovuti agli spazi vuoti lasciati dagli elementi mancanti. In tal caso entra in gioco anche l’implantologia. Qualora siano assenti numerosi elementi la malocclusione può risultare grave: diventa allora necessaria la collaborazione dell’Ortodontista, dell’Odontoiatra e del Chirurgo Maxillo-Facciale per correggere non soltanto la posizione dei denti o procedere alla loro sostituzione con elementi protesici, ma anche per la correzione chirurgica delle basi ossee.



