FIBRILLAZIONE ATRIALE, IL ‘CAOS’ NEL CUORE!

18 Ago 2010  
A cura di Stefania Lupi

La fibrillazione atriale è una delle patologie cardiovascolari emergenti del XXI secolo e sta diventando un importante problema di sanità pubblica, accanto all’insufficienza cardiaca congestizia, al diabete di tipo 2 e alle patologie correlate all’età. Nel 2001 la fibrillazione atriale è stata diagnosticata a quasi 7 milioni di persone negli Stati Uniti e in Europa e questo numero è destinato quasi a triplicarsi entro il 2050.
Oggi in Italia la fibrillazione atriale colpisce quasi 700.000 persone, con un’incidenza di circa 114mila nuovi casi ogni anno. 
Al di sotto dei 60 anni la prevalenza è inferiore all’1%, mentre è superiore al 9% al di sopra degli 80 anni. La prevalenza è maggiore negli uomini.
Sebbene vi siano molte opzioni per il trattamento della fibrillazione atriale, l’esito della terapia varia da paziente a paziente. La gestione di questa patologia e delle relative complicanze rimane una sfida importante per la necessità di nuove soluzioni terapeutiche.

Che cos’è
E’ un’aritmia cardiaca caratterizzata da una completa irregolarità dell’attivazione elettrica degli atri, due delle quattro camere cardiache. In presenza di tale anomalia, le normali contrazioni atriali vengono sostituite da movimenti caotici, completamente inefficaci ai fini della propulsione del sangue. Inoltre, il battito cardiaco diviene completamente irregolare. Col tempo questa situazione tende a deteriorare la funzione cardiaca e anche l’attività di spinta del sangue verso l’organismo che il muscolo cardiaco normalmente esercita.

In caso di fibrillazione atriale di recente comparsa, il cardiologo, in primo luogo, cerca di ripristinarne la regolarità. Questo tentativo, denominato “cardioversione”, si può effettuare con l’aiuto di farmaci o mediante la corrente elettrica, che a sua volta può essere applicata dall’esterno o direttamente nelle cavità cardiache, per mezzo di un catetere.
Esistono, dunque, tre diverse tipologie di cardioversione:
- Cardioversione farmacologica.
Consiste nella somministrazione per via endovenosa oppure orale di farmaci antiaritmici. Può essere utilizzata solo nelle prime ore dall’inizio della fibrillazione atriale, ma non è efficace in tutti i casi. In alcuni pazienti non è utilizzabile per controindicazioni all’uso dei farmaci. In seguito, lo specialista prescrive una terapia farmacologica a base di anticoagulanti.
- Cardioversione elettrica esterna. Consiste nell’erogare una scossa elettrica attraverso un’apposita apparecchiatura appoggiata sul torace; poiché la procedura è dolorosa, richiede una breve anestesia generale. Di solito è più efficace della cardioversione farmacologica, ma è controindicata qualora il paziente non possa essere sottoposto ad anestesia generale.
- Cardioversione elettrica interna o endocavitaria. Si effettua per mezzo di appositi cateteri, introdotti attraverso una vena (in anestesia locale) sotto controllo radiografico, per mezzo dei quali viene erogata una scossa elettrica di lieve entità. Al paziente viene fatta solo una leggera sedazione, in quanto avverte, al momento della scossa, solo una sensazione di colpo nel petto.
A queste terapie si deve associare il trattamento anticoagulante, per contrastare la formazione di trombi (ossia coaguli) negli atri e quindi rendere meno probabile un'embolia cerebrale. Questi farmaci sono consigliati per alcune settimane sia prima sia dopo la cardioversione con una sola eccezione: nel caso in cui la fibrillazione atriale sia comparsa da meno di 2-3 giorni. Quando non è possibile evitare le recidive di fibrillazione atriale, gli anticoagulanti sono utili soprattutto nei pazienti con alto rischio di embolie per ridurre la probabilità di ictus e morte. Gli antiaggreganti piastrinici sono molto importanti nella prevenzione degli eventi tromboembolici nei soggetti affetti da fibrillazione atriale, specie nei casi in cui ci sono controindicazioni alla terapia anticoagulante.

Le possibilità terapeutiche
Tra quelle attualmente disponibili, il trattamento con farmaci antiaritmici fino ad ora non ha dimostrato di poter influire significativamente sulla mortalità legata alla patologia. Inoltre, la carenza di nuovi principi attivi – l’ultima molecola apparsa con questa indicazione è flecainide, disponibile da ventitre anni – e la capacità limitata nel tempo di influire sulle recidive di fibrillazione atriale dei trattamenti farmacologici antiaritmici, rendono necessarie nuove soluzioni.
In caso di fibrillazione atriale permanente le linee guida propongono due obiettivi da seguire: da un lato, il controllo della frequenza cardiaca, dall’altro la riduzione del rischio di ictus ischemico. Per questo vengono impiegati due tipi di farmaci. Per rallentare la frequenza cardiaca si prescrivono i beta-bloccanti o i calcio-antagonisti, mentre per ridurre il rischio di ischemia cerebrale gli anticoagulanti e gli inibitori dell’aggregazione piastrinica.
I farmaci antiaritmici, in questo ambito, sono utilizzati con l’obiettivo di normalizzare per quanto possibile il ritmo cardiaco oltre che per ottenere la cardioversione farmacologica. La stessa cardioversione può essere tentata anche con mezzi elettrici, pur se non sempre il trattamento elettrico è consigliato in questa tipologia di pazienti.
Infine, l’ablazione nella fibrillazione atriale permanente, indicata solo in casi selezionati, si effettua inserendo uno o più cateteri che, correndo all’interno dei vasi sanguigni, giungono fino al cuore. In corrispondenza del punto in cui originano gli stimoli che alterano il ritmo degli atri viene poi rilasciato calore, o più modernamente anche bassissime temperature, che portano alla distruzione dell’area che scarica i segnali alterati. Purtroppo spesso questo trattamento va ripetuto e può essere caratterizzato da una serie di complicazioni.