Nuove speranze di maternità per le donne malate di tumore!
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21 Giu 2010
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A cura di Severina Cantaroni |
Preservare la fertilità. E’ questa, oggi, la nuova opportunità offerta alle donne malate di cancro.
Donne di età compresa tra i 15 e i 44 anni che, dagli ultimi risultati provenienti dalla Banca dati Tumori, fanno registrare dal 1970 al 2009 una riduzione della mortalità dal 27,81% al 14% con una stima per il 2010 del 13.63%.
Donne per le quali è molto importante riuscire ad avere un figlio, anche se devono sottoporsi a un trattamento di cura per sopravvivere alla malattia!
Si tratta di terapie che spesso conducono a uno stato di sterilità irreversibile. In buona sostanza, le ovaie sottoposte a una radioterapia e a molte delle chemioterapie perdono il loro patrimonio follicolare portando, di fatto, alla menopausa.
Ecco che allora è fondamentale poter conservare oociti o pezzi di tessuto ovarico da utilizzare dopo la guarigione dal tumore.
“Il congelamento degli oociti è ormai diffuso in tutto il mondo, e l’Italia fa ancora la parte del leone in termini di cicli effettuati e di bambini nati”, ci dice il dottor Andrea Borini, Presidente della Società di Conservazione della Fertilità ProFert. “Come tutti sanno la Legge 40 ha fatto in modo che questa metodica venisse applicata in modo sistematico in diversi Centri in Italia e questo ci ha consentito di far progressi rispetto al passato. Nel nostro Paese nel 2007 sono nati 193 bambini da ovociti scongelati (dati del Registro Nazionale PMA) e nei centri Tecnobios Procreazione sono già 254”.
Nel mondo, poi, sono più di mille i bambini nati utilizzando questa metodica e tredici quelli venuti alla luce grazie al congelamento di tessuto ovarico.
I numeri, dunque, sembrano indicare il congelamento degli oociti quale metodica di prima scelta e forse l’unica raccomandabile.
Ma, non è sempre così. A volte c’è un problema.
Ci sono situazioni in cui la gravità della malattia non consente di perdere tempo, quello necessario a una stimolazione ovarica. Per poter congelare oociti è necessario, infatti, procedere con una induzione multipla dell’ovulazione, poi all’aspirazione degli oociti maturi e al loro congelamento. Il tutto richiede circa 15 giorni dal momento della mestruazione.
Ecco che, allora, entra in gioco la crioconservazione del tessuto ovarico che, con un processo decisamente più rapido, prevede che vengano prelevati per via laparoscopica (o durante la chirurgia oncologica) dei frammenti di corticale ovarica (lo strato dell’ovaio che contiene la maggior parte di follicoli primordiali) per essere poi congelati, in modo che, quando la paziente sarà guarita, potranno essere impiantati sull’ovaio.
E c’è di più. Il trapianto del tessuto decongelato sulle ovaie rimaste in sede, ma non più capaci di ovulazione, può portare a un ripristino della normale funzione ovarica: ovulazione, mestruazioni e quindi conseguente gravidanza spontanea.
“Un problema è la scarsa conoscenza del fatto che la preservazione sia possibile e fattibile”, continua Borini. “In più molto spesso non si sa che non è necessario vivere o farsi operare in una città dove è presente un Centro in grado di conservare il tessuto. Vi è, infatti, la possibilità di posticipare il congelamento fino a 24 ore semplicemente mantenendo in terreno di coltura il tessuto in ghiaccio secco. Questo consente di effettuare l’intervento di asportazione del tessuto ovarico nell’ospedale di qualsiasi città e di portarlo poi in un centro specializzato di un’altra città dove verrà conservato”.
Informazione, ricerca e multidisciplinarietà
Sono dunque questi i temi fondamentali intorno ai quali si gioca il successo di un programma integrato di preservazione della fertilità nelle pazienti oncologiche.
E, come sostiene il professor Fedro Peccatori, Direttore Progetto Fertilità e Gravidanza in Oncologia Istituto Europeo di Oncologia: “Diventa prioritario che i centri che si occupano di oncologia dell’età fertile abbiano un referente che organizzi un percorso specifico per ciascuna paziente a seconda dell’età, della patologia e delle cure oncologiche previste. I medici e i chirurghi oncologi devono conoscere la possibilità di riferire le pazienti per un counselling dedicato, con un rapido accesso allo specialista in medicina della riproduzione. Le donne, inoltre, devono sapere che una diagnosi di tumore non è più sinonimo di infertilità: in media, entro 3 settimane dalla diagnosi si possono crioconservare i gameti per un futuro utilizzo”.
All’Istituto Europeo di Oncologia, in collaborazione con il Centro di Riproduzione Umana Florence, le pazienti possono ricevere un consulto di “oncofertility” con un oncologo specialista anche in ginecologia e con una ginecologa specialista in medicina della riproduzione, con un rapido accesso ai centri di raccolta di gameti con i quali è stata stabilita una intesa. Creare una rete tra i centri di oncologia e quelli di riproduzione umana è indispensabile per poter offrire a ciascun paziente le migliori opportunità, con protocolli condivisi e senza informazioni dissonanti.
Per info:
www.ieo.it
www.profert.org
www.tecnobiosprocreazione.it


