PARTORIRE SENZA DOLORE, ECCO COME
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21 Ago 2011
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A cura di dottoressa Camilla Bulfoni, ginecologa e consulente di ASM, l’Associazione per lo Studio delle Malformazioni |
Molte donne, se ben preparate ad affrontare l'ansia e la paura legate al parto, riescono ad accettare e a controllare il dolore, mentre per altre la sofferenza in travaglio interferisce negativamente, anche attraverso il ricordo, nella gestione della nascita del proprio figlio. La percezione del dolore e, soprattutto, la tolleranza nei suoi confronti sono infatti fattori estremamente variabili da persona a persona.
Una scoperta recente
Già in passato gli egizi ricorrevano ad amuleti e a riti magici per ridurre il dolore del parto, mentre i greci e i romani utilizzavano infusi di mandragola, papavero e altre erbe. Senza dimenticare che in Inghilterra, nei primissimi anni del secolo scorso, la regina Vittoria si sottopose alla prima anestesia locale proprio per il parto.
L’approccio scientifico al problema discende dall’identificazione, avvenuta negli ultimi decenni, di farmaci capaci di interferire sulla trasmissione del dolore lungo le fibre nervose. Scoperta che ha aperto le porte alla partoanalgesia. La parola analgesia deriva dal greco, e vuol dire senza dolore. La partoanalgesia è l’analgesia in travaglio di parto, che si ottiene con una tecnica chiamata analgesia epidurale o peridurale: i due diversi aggettivi indicano in pratica la stessa cosa.
Verifiche preventive
La partoanalgesia deve essere eseguita in una struttura attrezzata, di solito un ospedale, da un medico anestesista che lavora con l’équipe ostetrica. La gestante che intende partorire utilizzando l’analgesia epidurale deve programmare, tra l’ottavo e il nono mese di gravidanza, un colloquio con il medico anestesista. Durante la visita si accerta se lo stato di salute della futura mamma e del feto siano compatibili con l’effettuazione dell’analgesia in travaglio, vengono prescritti gli esami del sangue necessari (emocromo e coagulazione) e viene fatto firmare il consenso informato da parte della donna. Come tutti gli interventi medici, anche l'esecuzione dell’analgesia epidurale può avere delle controindicazioni: lo sono i disturbi della coagulazione del sangue, l'assunzione di farmaci anticoagulanti, le infezioni localizzate nella regione della schiena o generalizzate, alcune patologie della colonna vertebrale e rare malattie muscolari.
Anestetici personalizzati
La partoanalgesia si pratica introducendo un ago, chiamato "ago di Tuohy", attraverso lo strato fibroso che separa due vertebre (generalmente tra la seconda e la terza o fra la terza e la quarta vertebra lombare), fino a raggiungere lo spazio epidurale che è posizionato fra la dura madre (una delle tre membrane o meningi che avvolgono il midollo spinale) e la colonna vertebrale. Raggiunto lo spazio epidurale, si iniettano i farmaci, in genere una combinazione di anestetici locali ed oppiacei. L’introduzione può avvenire in un'unica soluzione (tecnica chiamata "single shot") o, più frequentemente, dopo avere posizionato un piccolo catetere attraverso l'ago di Tuohy e somministrando il farmaco a dosi (chiamate boli) ripetute nel tempo. Con questa tecnica si elimina il dolore del travaglio, ma la gestante mantiene uno stato di coscienza vigile, una respirazione spontanea e la possibilità di muoversi liberamente. Inoltre, va sottolineato che l’introduzione del cateterino e i farmaci utilizzati non hanno alcun effetto sul bambino che sta per nascere. La dose di anestetico può essere personalizzata in relazione al dolore percepito e alle fasi del travaglio, in modo tale da non incidere sugli aspetti fisiologici dei vari stadi del travaglio e sul periodo espulsivo. L’analgesia va praticata precocemente in travaglio, quando iniziano le contrazioni regolari e dolorose e il collo dell’utero comincia a dilatarsi.
Gli effetti collaterali
Non sempre l’analgesia epidurale è efficace: talvolta può creare problemi. Oltre ai casi di parziale o totale inefficacia della procedura, esistono effetti collaterali materni e fetali. Gli effetti collaterali più frequenti nella madre sono l’ipotensione (cioè l’abbassamento della pressione sanguigna materna), la febbre, le reazioni allergiche ai farmaci utilizzati, le lombalgie conseguenti alla puntura lombare e le infezioni in sede locale o estese al sistema nervoso. Queste ultime sono evenienze molto gravi, ma fortunatamente rare. In meno dell’1% dei casi si riscontra cefalea dovuta alla puntura della membrana meningea. E’ inoltre possibile assistere ad una riduzione della forza contrattile uterina, spesso solo temporanea.
Gli effetti collaterali più frequenti che riguardano il feto sono le alterazioni del tracciato cardiotocografico, come la riduzione della frequenza cardiaca del nascituro. L’uso dell’analgesia in travaglio si ritiene associato anche a un rallentamento della progressione e a una difficoltosa discesa del corpo fetale nel canale del parto, responsabile dell’incremento dei parti operativi con ventosa e forcipe e dei tagli cesarei. Questo aumento di parti non spontanei è tuttavia smentito da una meta-analisi pubblicata su “Anesthesiology”, che ha evidenziato come le donne sottoposte ad analgesia epidurale precoce, cioè nelle fasi iniziali del travaglio, non evidenzino un accresciuto rischio di parto strumentale e di taglio cesareo.
Italia agli ultimi posti
Nonostante questi dati confortanti, va rilevato che in Italia soltanto l’11% dei parti avviene con la partoanalgesia. Il nostro Paese è attualmente tra quelli che utilizzano meno questa pratica, a fronte dei Paesi anglosassoni dove la media delle nascite con epidurale è di circa il 60%. Perché in Italia la percentuale del ricorso al parto senza dolore è così bassa? Ci sono innanzitutto motivi culturali: una remora può derivare da riserve psicologiche, dalla convinzione che con questa procedura si attui una medicalizzazione del parto, togliendo a questo evento la spontaneità e la naturalità che è presente nell’immaginario di molte madri. L’altro problema è legato all’organizzazione dell’assistenza al parto in Italia. Ancora oggi non esiste in tutti gli ospedali e in tutte le fasce orarie la possibilità di effettuare la partoanalgesia in modo gratuito o con il pagamento di una quota di contribuzione ai costi. Ne consegue una diffusione a macchia di leopardo, anche se la tendenza è positiva, nel senso che l’esecuzione di questa pratica va gradualmente estendendosi.



